L’uscita (flusso di coscienza)

Scrivo in generale poche cose, poche ma chiare, quando sto male scrivo per ricominciare, provo sempre a reinventarmi il finale. Se sto bene ho voglia di uscire come Tenco, che a furia di uscire non è più tornato dentro. Se la felicità vuol dire questo, uscire e dimenticarsi di essere contento, io resto ancora un po’, magari esce la tristezza ma io no, alla fine anche lei rimane e faccio sempre confusione tra voler amare e voler dare amore, ma la sera esco eccome, perché ho paura a stare da solo, faccio un giro anche se breve, prendo aria e sento freddo e continuo a farlo a seconda del tempo, e poi rientro, bevo un po’ così mi tolgo la sete, cerco di riempirmi in qualche modo ma niente mi riempie, è aria pesante, io faccio fatica a respirarla, cerco sempre la luna e sto lì a guardarla, penso che la vedi uguale anche tu e allora abbiamo una cosa in comune molto rara: la luna e il cielo e tutto questo enorme pezzo di paesaggio che ci separa, abbiamo molte più cose in comune di Daniele Silvestri, almeno cinquemilaottocento, anche se non è vero fino in fondo e sono io che mi convinco di questo, tu sei uguale e contraria a me stesso, sei una quercia travestita da cipresso. Ti penso sai? Spesso. Quando mi sveglio, quando cammino, quando esco e anche quando sono seduto sul cesso, ma penso che è solo un momento, che devo solo buttare fuori quello che ho dentro. Vorrei fare il cattivone, dirti che la tua voce assomiglia al suono dello sciacquone e che tu assomigli al sapone perché vuoi sempre scivolare via dalle persone. Ma poi rimango lì, a rileggere le parole finché perdono il senso, tipo quando ti ho detto che sei come il vento, te l’ho detto in una giornata amara, eri appena tornata da Granada e da quello che ho capito hai scopato tutta la settimana. Non chiamerò più il tuo nome, me lo sono promesso, ma tu per pensarmi dovresti chiedermi il permesso e non è per essere stronzo o arrogante, è semplicemente perché mi mancano le tue guance, i tuoi anche, le tue parabole sull’essere vicino e sull’essere distante. Non volevo parlare di te, non devo farlo più, alla fine mi stai sul cazzo perché mi fai star male e la verità è che non voglio più star male e penso che servi tu perché quando stavo bene stavo con te, e adesso cosa faccio, che non ci sei più? Ma il punto quindi non sei te, sono comunque io che sto con tutti quando sto da Dio ma se sto di merda non sto più con nessuno, chissà perché. Dovrei fare un passo avanti e lo faccio sempre volente o nolente, è che sai, ho paura di non riuscire più a parlare con la gente, di sentirmi oppresso, schiacciato e gonfiato dal niente, vittima solo della mia mente, ma è più facile dare a te la colpa di non esserci sempre. È come entrare in questa casa enorme in cui stai male, da cui te ne vuoi andare ma ti perdi ed entri nelle stanze, nei bagni, ci sono sette piani, ventidue corridoi e io non so cosa fare, mi fermo, penso che se ci fossi tu ti chiederei dove sei finita e se hai voglia di passare lì con me tutta la vita, ma se ci fosse qualcun altro chiederei solo dov’è l’uscita.

 

 

 

Illustrazione di Bagigias.

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