L’esempio del culo

Quest’anno è iniziato bene, sono ancora innamorato del dolore e mi godo le gratificazioni. Ci sono anche quelle. Sono come le multe, quando meno te lo aspetti arrivano. Due mesi fa, per esempio, sono stato multato perché stavo usando il telefono in macchina. Sbagliato. Non si fa, hanno ragione. È pericoloso. Alla seconda multa mi ritireranno la patente, ma è un futuro evitativo, lo dico perché non succederà. 112 euro se paghi subito, 189 se paghi dopo qualche giorno. È come la storia di «How I met your mother»: 5 schiaffi subito o 10 a sorpresa? Mi è capitato di avere a che fare idealmente con questo tipo di scelta, e per qualche strano motivo è andata a finire che mi sono preso i cinque schiaffi senza colpo ferire, e nei giorni successivi ho lottato duramente per avere gli altri 10. Lo schiaffo tiene alta la soglia di attenzione, il dolore ti fa sentire vivo e ogni tanto sento proprio il bisogno di riceverne uno. L’ultimo me l’ha dato una ragazza al Liceo, è simpatica quella faccenda perché ricordo che un amico mi aveva trascinato in un’attività che faceva spesso alle feste: toccare i culi alle ragazze mentre ballavano in mezzo alla folla. Gli riusciva stranamente bene. Nessuno ti nota, è stata la sua giustificazione. Io l’ho osservato per un po’ muoversi agilmente con queste mani in mezzo a tutti quei culi, così ci ho provato. Mi è bastata mezza chiappa per avere la prima esitazione e mentre mi allontanavo ho chiaramente visto quella povera ragazza guardarmi come giustamente si guarda un maniaco. Pochi minuti dopo mi ha raggiunto una sua amica e mi ha detto testuali parole “Sei stato tu a toccare il culo alla mia amica? Adesso te lo tocco anche io il culo.” SBAM, dritta sulla mia faccia. Ho apprezzato molto la sua simpatia e il suo coraggio, e non mi sono sentito umiliato, aveva semplicemente ragione. Dubito che entrambe le ragazze in questione si ricordino quell’aneddoto come lo ricordo io. Ma perché ho raccontato questa storia? Perché la morale è che non deve fregarvene un cazzo di essere guardati per le cose che fate, l’importante è farle così bene che nessuno si debba fermare a guardarvi. L’esempio del culo è sbagliato forse, ma se io non avessi esitato me ne sarei tornato a casa vincitore, se ci avessi creduto come il mio amico, sarei riuscito nel mio intento, e cioè poter dire “lo faccio anche io adesso.” Forse ho appena detto delle cose terribili, ma ho capito come funziona e non ho mai più toccato un culo in quel modo. Ora ho un certo rispetto per i culi, per quelli degli altri. 

Questa mattina, cambiando discorso, mi è venuto in mente di scrivere una lista di cose di cui non mi frega un cazzo, ma penso sia una forma di rigetto: ogni volta che succede qualcosa che mi turba penso fortissimo che non me ne frega un cazzo e sento il bisogno di farci qualcosa di questa non-fregatura. Di urlarla a qualche vittima inconsapevole. È il mio core business, la mia mission aziendale quella di esorcizzare qualcosa di cui mi frega molto facendo finta che non me ne freghi un cazzo. Un esempio puramente casuale e per nulla premeditato: la sera in cui i miei amici mi hanno spinto indirettamente a credere che ti fossi trovata un altro uomo, ho passato il tragitto in macchina lavoro-casa a registrare e cancellare messaggi vocali pieni di insulti, così, senza un senso. Roba che se mi avesse visto la locale, ciao patente sul serio. Li cancellavo perché sapevo di star parlando allo specchio, li rifacevo da capo perché qualcosa dovevo pur dirti. Nella mia testa ti eri appena fidanzata, non è un’immagine che augurerei a qualcuno. Alla fine non era vero, chi lo sa poi veramente. E quindi? Quindi hai deciso di trasferirti qui, e il Master niente? L’estero? La Francia? Quella stracazzo di Francia di merda? Maledizione. Ma non mi interessa, ho visto la tua coinquilina in bici, già mi immagino la tua espressione un po’ schifata è un po’ spaventata di sapermi nell’arco di qualche chilometro.

Poi ho dei momenti di leggerezza in cui vorrei augurarti di avere sempre di più di quello che chiedi. In cui vorrei mettermi un po’ da parte, smettere di odiare la tua spensieratezza, il tuo modo sempre gentile di fare le cose. Smettere di pensare che sia solo la faccia buona della medaglia, che quella cattiva l’ho vista solo io. A volte vorrei essere come il mio collega, che risponde «grazie» al «salute» di qualcuno altro, anche se non è stato lui a starnutire. Penso sia una forma ancestrale di gentilezza, o semplicemente di semplicità, quella che viene fuori quando capisci che incazzarsi non serve (quasi) mai a niente. E nonostante io sia tremendamente arrabbiato, spero di poterti sempre camminare davanti perché stare dietro e poi non vederti più è come usare il telefonino in macchina dopo la prima multa o buttarsi tra i culi della folla, speri sempre che ti vada bene.

Ma cosa sto dicendo? 

A te, a me di tutto questo non ce ne frega un cazzo di niente.

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