Le mie due Domeniche

Ormai questa città te la sei presa tutta e non penso tu abbia intenzione di lasciarla andare via, di continuare a essere spettatrice silenziosa.

Vuoi tenertela stretta, vuoi le vie che si incrociano in labirinti infiniti che ti fanno perdere la strada per tornare a casa, le gelaterie dove mi hai insegnato che vale sempre la pensa fermarsi. Vuoi anche i suonatori di strada, i negozi, le persone da incontrare e perderci dieci minuti solo per dire qualche cosa di banale sul tempo che passa. Vuoi gli amici, il buon vino, un caffè che basta che sappia di caffè, attraversare i ponti senza dover fare caso al lato lungo cui cammini, magari vorresti anche accorgerti quando l’acqua fa rumore contro le pietre e quando non lo fa. E poi tenere lo sguardo dritto oppure dare un’occhiata al sole, fare una foto e andare via. Vuoi la bicicletta in primavera, un corso di ballo latino-americano che fanno in un bar dietro le colline e un partner che sappia ballare decentemente. Vuoi le risate degli sconosciuti, un sacco di biscotti. Vuoi che le persone non scelgano l’indifferenza e vuoi mettere a posto le cose. Una terrazza e un ponte, qualcosa di leggero come te, che non ti accorgi del peso che hanno i tuoi occhi mentre cammini, di come si muovono le punte dei piedi quando ti sporgi per vedere più in là. Vuoi sempre vedere più in là. Io penso di non tirarci così lontano, ho provato a spiegartelo.

Scommetto che rivorresti subito la domenica, il giorno in cui arrivavi in stazione e tiravi un bel respiro, perché è quello che si fa quando si arriva nelle stazioni. Se dovessi scegliere, immagino rivorresti i passaggi in macchina fino a casa piuttosto di un autobus in ritardo e pieno di gente. Forse entrambe le cose. Arrivare ed essere felice. Per quanto male facciano al mondo rivorresti anche i Lunedì, che sono sempre state le nostre Domeniche. Fortunati eh? Ad averne due invece di una. I giorni della settimana ormai, dopo tutto questo tempo, si sono trasformati in desideri a rotta di collo, quanto li rivorresti? Le feste, le cene, le notti. La vita era in quel momento, tutta addosso a te. Mi prendeva di riflesso ed ero contento anche io di far parte della mia, e della tua. Ho paura a chiedertelo, ma rivorresti anche i Venerdì? Quelli peggiori erano quelli in cui partivi. Riconoscevo la valigia lasciata assieme alle altre oltre la porta, l’aria tutta indaffarata. Ogni tanto non li reggevo quei pomeriggi e andavo via da lì, camminavo sui sanpietrini bagnati facendomi sempre le stesse domande. Controllo ancora il telefono e penso di avere un disturbo – più di uno in realtà – che mi ha messo l’anima in stand by. I Venerdì erano i peggiori perché ti pensavo già a casa e lontana dalla città, guardavo fuori dalla finestra dell’aula e niente aveva senso. Nei Venerdì di pioggia il mondo sarebbe potuto finire improvvisamente in quel momento, non me ne sarebbe importato. Quando c’era il sole, invece, mi veniva mal di testa, riuscivo solo a darmi appuntamento al giorno successivo. La città ora è vuota senza di te.

Mi ricordo un Martedì mattina di Febbraio, esame di Sociologia 1. Non avevi nemmeno la valigia, te ne saresti andata di lì a poco. Siamo usciti dall’Università, ma abbiamo constatato che c’era troppa nebbia per poter guardare il fiume e raggiungere con gli occhi l’altra riva. Ti ricordi? Poi ho preso un autobus e ti ho salutata dal finestrino, avevi i piedi uniti e sorridevi muovendo la mano. In quel momento mi è venuto in mente di mandarti un messaggio e di avvertirti che mi sarebbe dispiaciuto non vederti più, che nel caso in cui tutti quei giorni fossero passati così in fretta senza darci il tempo di lasciare una traccia di noi, sarei stato triste.

Triste come quel Martedì, come i Venerdì in cui tornavi a casa. Come oggi, che ho due Domeniche a settimana e non so che cazzo farne, se non ci sei tu.

Illustrazione acura di Andrea Rubele

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2 commenti

  1. Mi manchi

    • Le ultime parole famose…

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