Domande a un amico

Adesso a tuo padre cosa diresti?

Se potessi riaverlo per un po’, vorresti parlargli di te e dell’uomo che sei diventato in questi pochi mesi? Magari sarebbe lui il primo a dirtelo, che sei diventato un uomo. Che lo eri già tanto tempo fa, che crescere così, gettato nel mondo, ti ha reso più forte di tutti noi. Noi che abbiamo avuto genitori borghesi, le regole, gli orari da rispettare, tu mai. Uscire era una libertà che ti avevano insegnato a prenderti senza chiedere, come tornare dopo mezzanotte. Tutte cose che a noi ci tenevano ancora lì, nella purezza di chi non sa niente di quello che accadrà. Di chi non si può immaginare niente. Difficile immaginarsi tutto questo mentre ti catapulti fuori casa dopo cena nell’ebbrezza della tua adolescenza. Difficile prevedere le coincidenze, gli intoppi.

Io non lo so cosa deve voler dire. Ai funerali, davanti a tutte quelle persone, non ho mai saputo cosa dire. E non ci sono per forza delle cose da dire, è che da giorni in ufficio la radio continua a parlare della festa del papà, nello stesso modo in cui l’hanno fatto con la festa della mamma, martellando. Sono cose così stupide che ci faccio caso solo quando mi capitano davanti. Non sono cose da festeggiare, al massimo sono cose da condividere, cose di cui vale la pena accorgersi per se stessi, per capire quando fermarsi un attimo.

Quando penso che vorrei essere da solo, quando mi arrabbio, quando mi infastidisco perché sento pronunciato il mio nome nel silenzio e con un certo tono, dovrei chiamarti. Interrompermi, chiederti come stai. Cosa fai in quella casetta tutta tua, se l’altra poi la venderete. L’altra, quella di sempre. Quella davanti a cui ti aspettavo le mattine gelide del Liceo, nel tragitto che ci portava alla fermata dell’autobus. In quel tragitto mi mostravi come rollare le sigarette con una mano mentre tenevi la cartellina di disegno sotto braccio e nell’altra l’ombrello. Parlavamo del tempo, della scuola, di come eravamo vestiti, delle ragazze, del futuro. Quella stessa casa bianca e grande dove abbiamo fatto cene, compleanni e incontri segreti, dove un giorno da piccoli durante una festa, è capitato a me di dove chiedere a tua sorella la sua taglia di reggiseno, per proseguire nel gioco. Porto la terza, mi ha risposto. Ma io non ho capito, ho riportato la risposta e basta. Poi gli anni sono fuggiti dalla nostra incoscienza e ci hanno trascinato avanti, tu lontano da qui, lontano da famiglia e amici. Come se la vita l’avesse capito prima di tutti e ti stesse preparando a quell’assenza. In un modo o nell’altro ha scelto te. Sei sempre stato il più forte anche nel voler essere il più forte, ma come si fa quando succede? Come ci si prepara? Come ci si addormenta in mezzo alle montagne, nel piano superiore di una falegnameria? Come hai fatto ogni sera a guardare in un colpo solo tutto quel cielo che ci divideva? Com’è che si guarda un pezzo della tua vita andare via? Come si fa a tenersi quello che rimane? C’è chi dice che per ogni gruppo di persone c’è una buona dose di sfiga a disposizione, ma nel nostro caso la ripartizione non è stata equa. Siamo diversi, sempre stati. Siamo lontani, ma perché ci siamo allontanati. Siamo e saremo gli stessi di sempre quando capiterà l’ennesima occasione per stare insieme. Ma tu sai cose che io non so, devo dartene dolorosamente atto.

Hai smesso di fumare leggendo il libro per smettere di fumare, ma l’hai fatto anche per evitare la malinconia e ti capisco. Devo ancora chiederti di prestarmelo. Devo ancora chiederti se da un certo momento in poi è vero quello che si dice sul cielo, se sembra diverso a seconda di chi ci metti dentro. Se ci sono stelle che davvero ci seguiranno sempre e se quelle stelle brillano un po’ di più, quando sei contento.

Previous post
Next post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *