Un ragazzo che vende case alla prima settimana di lavoro

Mi trasferisco. Questione di poche settimane e la notte avrà una nuova dimensione. Devo chiudere per forza l’oblò in mansarda perché le prime luci mi svegliano. Grazie graziella.

Casa mia è così mia che non ho ancora realizzato bene di doverla lasciare, non è ancora il momento degli scatoloni ma siamo agli sgoccioli. È tutto ancora intatto ma pronto a essere stravolto e sradicato. Io non ho mai fatto un trasloco e l’ultima volta che ho cambiato casa avevo 5 anni, un’età comoda per traslocare perché non puoi fare niente di utile.

Questa volta sarà diverso: penserò alle cose vecchie salendo rampe di scale e chiudendo lucernari, affacciandomi al balcone per trovare nell’aria qualcosa di familiare, qualcosa che qui c’è ancora. Sento i miagolii prima di tutto, la nostra è stata una casa popolata da gatti, sia umani che animali, cosa lo dico a fare. Sento i rumori delle macchine nel parcheggio di fronte. Purtroppo sento le urla dei vicini, gli insulti assordanti e tutto l’inquinamento acustico che solo loro sono riusciti a produrre per più di dieci anni: una tortura che si è sempre consumata a suon di “vaffanculo pezzo di merda” o “taci troia del cazzo” o ancora “sei un coglione mi fai schifo”, e potrei continuare… 

Sento i “no, stasera non esci”, i famosissimi “vai in camera tua”, cazzo col senno di poi ci sarei andato più spesso. Sento la segreteria telefonica che ha impostato mio padre per non rispondere mai al telefono, due squilli e poi: “avete composto il numero giusto al momento sbagliato, se volete rimediare lasciate un messaggio dopo il segnale acustico”, mi divertiva perché era sempre il momento sbagliato, non rispondeva mai. Sento il campanello e la chiave nella serratura. L’odore delle cose che succedono lo togli solo con la vernice, a più riprese. Sento il ritorno dalle vacanze, il momento in cui apri la porta e ti sembra di averla appena chiusa, questo sostanzialmente vuol dire casa mia. 

Cambieranno cose che ora sono parte imprescindibile di me: il materasso, l’esatta curvatura del braccio per accendere la luce e il numero di passi che mi servono per reggermi in piedi quando scendo dal letto. Minchia, saper chiudere le porte senza fare rumore dovrebbe diventare uno sport olimpionico.

Vado a vivere in figandia, che vuol dire svegliarsi prima e tornare dopo. Abbandono la rete geometrica che collega casa mia a quelle dei miei amici, le vie che da bambini dettavano i parametri della distanza. Tutto quello che da un certo momento in poi ha iniziato ad allargarsi sempre di più non ha mai smesso di essere casa mia. Il circuito dei nostri gran premi. Il parco a due passi. Lì ci facevamo i tornei di Beyblade, Yu-Gi-Oh, Pokémon e vivevo ogni vittoria come Grosso dopo il rigore del 2006. Lì ho limonato un casino e mi sono fumato mille canne. Lì ho sempre buttato il pallone “di là” ed è successo anchela settimana scorsa, per dire. Prima di scavalcare ho sorriso pensando che l’ultima volta che ho invaso una proprietà privata sono stato in punizione per una settimana; sopra quel giardino ci abita un medico che prendevo per il culo dandogli del comunista, lo faceva andare fuori di testa. 

Questa volta sarà diverso.

Hanno chiuso un ponte che collega agilmente il posto in cui vivrò e il bar dove vado a vedere l’Inter e Valentino Rossi, se il barista non avesse organizzato una raccolta firme nessuno avrebbe capito quanto business stava perdendo. Di recente hanno iniziato a lavorarci ma “iniziare a lavorarci” in Italia vuol dire transennare e basta. Cambio la residenza sul documento e il seggio elettorale, non so praticamente nulla della storia politica del paese in cui andrò e la cosa mi turba, chissà quanto passerà prima di poter insultare qualche personaggio pubblico con cognizione di causa. Dovrò studiare.

Cambiare casa in Primavera è un atto di forza, come quasi tutti i cambiamenti. Si può decidere se accettarli o farseli imporre ma in entrambi i casi non si torna indietro.

Detta così sembra che ci stia solo perdendo, ma avrò una piscina di dieci metri dove poter tranquillamente affogare il mio dolore.

 

Illustrazione a cura di Davide Fraccaroli

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