La vita è una cosa che capita

Oggi c’è bello, limpido. C’è il vento a 16 chilometri orari che ti dà la sensazione di star facendo qualcosa di importante, utile a tutti. Dovrebbero fare come con le gare podistiche, certe volte. Chiudere le strade, le piazze e i negozi quando arriva il vento del cambio di stagione, perché sembra che abbia solo voglia di essere lasciato lavorare. Sembra che sia un cantiere pieno di operai stizziti, dove noi siamo i vecchi che li guardano, un po’ rintronati e un po’ inebetiti. Non ricordo un cambio così drastico come quest’anno, è stato dal giorno alla notte, da ieri a oggi. La stagione quest’anno si è dimostrata femmina per la velocità con cui è cambiata, perché a lei fondamentalmente non gli frega un cazzo, c’è sempre da adattarsi. 

Sto leggendo un libro che mi riporta indietro nel tempo, l’ha letto un mio amico e dentro ci ha visto un po’ di tutti noi, così ne ha ordinato qualche copia e ce l’ha regalato, come per indurci a riflettere sul senso della nostra amicizia, per farci vedere che anche se a volte non sembra è ancora lì, intatta e nutrita dalle parolacce, dalle incomprensioni e dal tempo che passa. Già, il tempo che passa.

La stessa persona che me l’ha regalato trascorreva intere giornate con me in biblioteca, preparando esami e leggendo libri. Il tratto che ci separava da lì alla macchina era dedicato ai pensieri sulla vita, generalisti, alle frasi che volevano solo un po’ di comprensione. Camminavamo tra i vicoli della città calciando i sassolini e guardando le vetrine. Ci chiedevamo “ma dopo? Cioè dopo che avremo finito anche questo come sarà? Lo sai che un giorno passeremo di qui senza lo zaino? Senza dover pensare a certi obblighi e a certe coincidenze?” Non sembrava molto a portata di mano quella visione, eppure è arrivata, è quasi passata senza che ce ne accorgessimo. È arrivata passando di stagione in stagione, constatando l’allungarsi e l’accorciarsi delle giornate a furia di guardare il cielo dopo ogni esame. 

Ora, proprio lui, mi ha detto che non ci pensa mai. Che c’è sempre qualcosa che lo deconcentra nel tragitto dalla macchina in ufficio: una volta è una conversazione al telefono, una volta è la bici del bike sharing che fa degli strani cigolii, una volta è uscire e trovarsi perso in un aperitivo che ubriaca prestissimo. Ma la maggior parte delle volte si guarda solo intorno, pedala o cammina, prende quello che viene ora che non sembra esserci più nulla da aspettare. Forse non associa i luoghi a degli stati d’animo, come capita a me.

Le cose che non aspetti sono quelle che capitano. Il libro lo aspettavo, ma è capitato una sera in cui non ci stavo pensando. Si intitola Quattro amici, non so se serve aggiungere altro. Ultimamente mi è capitato di avere dei guai, ma niente di serio (cit.). Mi è capitato di andare sulla riviera romagnola a vedere correre le motorette della tv, e a sentire il boato che fanno nel silenzio delle collinette. Mi è capitato per la prima volta di leggere qualcosa di mio in pubblico, la prima lecture di un racconto in un posto a 117 km da casa mia, ma sono arrivato in ritardo e l’avevano già letto. Mi è capitato di pensare sempre a come sarebbe bello rivederti. Mi è capitato di mentire a un amico perché non trovo il coraggio di dirgli che non sono più capace di stare con lui. Mi è capitato di sentirmi solo e di chiedermi come sarebbe, se qualcuno mi mentisse perché non riesce a dirmi che non è più capace di stare con me. Mi è capitato perfino di chiedere a mia madre come si fa a non essere tristi, ma mi ha liquidato dicendomi di smettere di fumare e trovarmi un lavoro.

Se è così che si fa, allora capita anche che a qualcuno, ogni tanto, girino liberamente i coglioni.

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