Una donna particolarmente distratta

Facile a dirsi
e ancora di più
a farsi

difficilissimo
ma solo per me
a pensarsi

Che ormai non ci sentiamo
non ci vediamo
non ci vedremo

Tu probabilmente
sei felice
balli
esci la sera
racconti storie

Qualcuna l’ascolterei
come quando
ti ascoltavo parlare
del mondo
senza di noi

Incuriosito
Impacciato
Impazzito

Ormai non ricordo più
quante paia di scarpe hai
se aspetti i saldi
o se ti sei decisa

Io probabilmente
aspetterei
non ho molto ma
quello che ho
vorrei mostrartelo

Come quando
ti mostravo che bello
il mondo
con noi

ma tu
guardavi le vetrine.

 

Illustrazione a cura di Andrea Rubele

 

Un ragazzo che vende case alla prima settimana di lavoro

Mi trasferisco. Questione di poche settimane e la notte avrà una nuova dimensione. Devo chiudere per forza l’oblò in mansarda perché le prime luci mi svegliano. Grazie graziella.

Casa mia è così mia che non ho ancora realizzato bene di doverla lasciare, non è ancora il momento degli scatoloni ma siamo agli sgoccioli. È tutto ancora intatto ma pronto a essere stravolto e sradicato. Io non ho mai fatto un trasloco e l’ultima volta che ho cambiato casa avevo 5 anni, un’età comoda per traslocare perché non puoi fare niente di utile.

Questa volta sarà diverso: penserò alle cose vecchie salendo rampe di scale e chiudendo lucernari, affacciandomi al balcone per trovare nell’aria qualcosa di familiare, qualcosa che qui c’è ancora. Sento i miagolii prima di tutto, la nostra è stata una casa popolata da gatti, sia umani che animali, cosa lo dico a fare. Sento i rumori delle macchine nel parcheggio di fronte. Purtroppo sento le urla dei vicini, gli insulti assordanti e tutto l’inquinamento acustico che solo loro sono riusciti a produrre per più di dieci anni: una tortura che si è sempre consumata a suon di “vaffanculo pezzo di merda” o “taci troia del cazzo” o ancora “sei un coglione mi fai schifo”, e potrei continuare… 

Sento i “no, stasera non esci”, i famosissimi “vai in camera tua”, cazzo col senno di poi ci sarei andato più spesso. Sento la segreteria telefonica che ha impostato mio padre per non rispondere mai al telefono, due squilli e poi: “avete composto il numero giusto al momento sbagliato, se volete rimediare lasciate un messaggio dopo il segnale acustico”, mi divertiva perché era sempre il momento sbagliato, non rispondeva mai. Sento il campanello e la chiave nella serratura. L’odore delle cose che succedono lo togli solo con la vernice, a più riprese. Sento il ritorno dalle vacanze, il momento in cui apri la porta e ti sembra di averla appena chiusa, questo sostanzialmente vuol dire casa mia. 

Cambieranno cose che ora sono parte imprescindibile di me: il materasso, l’esatta curvatura del braccio per accendere la luce e il numero di passi che mi servono per reggermi in piedi quando scendo dal letto. Minchia, saper chiudere le porte senza fare rumore dovrebbe diventare uno sport olimpionico.

Vado a vivere in figandia, che vuol dire svegliarsi prima e tornare dopo. Abbandono la rete geometrica che collega casa mia a quelle dei miei amici, le vie che da bambini dettavano i parametri della distanza. Tutto quello che da un certo momento in poi ha iniziato ad allargarsi sempre di più non ha mai smesso di essere casa mia. Il circuito dei nostri gran premi. Il parco a due passi. Lì ci facevamo i tornei di Beyblade, Yu-Gi-Oh, Pokémon e vivevo ogni vittoria come Grosso dopo il rigore del 2006. Lì ho limonato un casino e mi sono fumato mille canne. Lì ho sempre buttato il pallone “di là” ed è successo anchela settimana scorsa, per dire. Prima di scavalcare ho sorriso pensando che l’ultima volta che ho invaso una proprietà privata sono stato in punizione per una settimana; sopra quel giardino ci abita un medico che prendevo per il culo dandogli del comunista, lo faceva andare fuori di testa. 

Questa volta sarà diverso.

Hanno chiuso un ponte che collega agilmente il posto in cui vivrò e il bar dove vado a vedere l’Inter e Valentino Rossi, se il barista non avesse organizzato una raccolta firme nessuno avrebbe capito quanto business stava perdendo. Di recente hanno iniziato a lavorarci ma “iniziare a lavorarci” in Italia vuol dire transennare e basta. Cambio la residenza sul documento e il seggio elettorale, non so praticamente nulla della storia politica del paese in cui andrò e la cosa mi turba, chissà quanto passerà prima di poter insultare qualche personaggio pubblico con cognizione di causa. Dovrò studiare.

Cambiare casa in Primavera è un atto di forza, come quasi tutti i cambiamenti. Si può decidere se accettarli o farseli imporre ma in entrambi i casi non si torna indietro.

Detta così sembra che ci stia solo perdendo, ma avrò una piscina di dieci metri dove poter tranquillamente affogare il mio dolore.

Illustrazione a cura di Davide Fraccaroli

L’amore ai tempi dei social network

L’amore moderno è così complicato,

è un salto nel vuoto col cuore bendato.

Spesso comincia dai suggerimenti,

commenti e richieste così ai quattro venti.

 

Ti piace l’idea, ti piace l’approccio

ma quello che vedi è solo un fantoccio.

Magari è vegana, credente e crudista

ma esce le tette soltanto su insta.

 

Ti vedo, ti guardo ma ancora non parlo,

rispondo alla storia e l’apro per sbaglio.

Ti chiedo chi sei ma non mi rispondi,

mi blocchi nel giro di pochi secondi.

 

Che strana la gente, cantava qualcuno

si odia e si ama, non piace a nessuno.

Mi fermo e ci penso, magari ho sbagliato,

sembravi più furba di quel che ho pensato.

 

Sembravi più bella del resto del mondo,

un gioiello che cade e illumina il fondo.

Una macchina rossa che sfreccia veloce,

un fiume che gira e ritorna alla foce

 

Un cenno col capo, magari un sorriso

continuo a cercare col cuore diviso.

La sola ambizione è il messaggio privato:

l’amore moderno è così complicato.

La strada è un bel posto per pensare

Che le cose sono cambiate lo capisco dal silenzio in macchina tra di noi e dalla musica lasciata in sottofondo. I ragazzi non parlano. A diciotto anni, quando facevamo i primi viaggi in macchina, erano cascate di cagate a rotta di collo, c’era solo quel momento lì per dirle. Adesso tacciamo, pensiamo e guardiamo fuori dal finestrino. Facciamo delle considerazioni ogni tanto, qualcuno ride anche senza un motivo. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco dagli occhi che incontro quando guardo i sedili dietro dallo specchietto, siamo sempre qui anche se a nessuno sembra importare più di tanto.

Che le cose sono cambiate lo capisco dalla velocità con cui attraverso la casa per andare in bagno quando mi sveglio, vorrei non ci fosse nessuno ma quando poi succede vorrei della compagnia. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco dal fatto che non so ancora cosa voglio e questo lo dimostra.

Che le cose sono cambiate lo capisco da quello che faccio, dagli orari che ho e dalle scadenze che metto. Lo capisco dalle priorità, dai pensieri e dalla lentezza con cui mi slaccio le scarpe quando rientro. Lo capisco dal mio modo di guidare, liberale o democristiano a seconda della fretta. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco quando mi arrendo davanti agli obblighi e scrivo qualcosa per alleggerire il carico.

Che le cose sono cambiate lo capisco dalle case che prima non c’erano, dai quartieri nati dal culo di qualche impresa edile che conta tutti i metri quadrati a disposizione per infilarci abitazioni, complessi, residence, circoli degli Alpini, succursali di partito, uffici e un’aiuola cazzo, quella per forza, poi dicono che ce ne fottiamo dell’ambiente. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco dai risultati elettorali del mio paese, inossidabili.

Che le cose sono cambiate lo capisco da quando mi chiedo come guardare la gente. Quando devo ascoltare divento consapevole del mio ruolo e non so quanto è il caso di guardare una persona negli occhi e/o cosa fare nel resto del tempo per non diffondere disagio. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco da come la gente guarda me.

Che le cose sono cambiate lo capisco dalla frequenza delle soddisfazioni, dai cali di pressione e dalla precisione con cui sappiamo cos’accadrà quando superiamo il limite. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco dall’incapacità, un po’ di tutti, di superarlo.

Che le cose sono cambiate lo capisco dal mio umore. Che le cose sono rimaste uguali lo capisco dal tuo.

Confusioni in rima

Continuo a chiedermi perché io abbia sempre il fiato corto,
perché continui a navigare senza mai trovare un porto,
perché mi ostini a non capire che le cose sono chiare,
e che non sapremo mai quant’è profondo il mare.

Continuo a chiedermi perché le persone son coriandoli
che si lanciano nel cielo e finiscono negli angoli,
perché c’è sempre tutta questa fretta di arrivare,
mentre penso ancora a come un pesce possa respirare.

Continuo a chiedermi perché non abbia il tuo passo sicuro,
perché mi tengo sempre indietro solo per guardarti il culo.
È un capriccio che magari può apparirti improvvisato,
ma un culo che ti parla quasi sempre va ascoltato.

Continuo a chiedermi perché gli errori non ci cambino,
perché come coriandoli finiscano in un angolo.
Perché se un ricordo arriva io spesso lo sotterro,
perché mangio gli spinaci ma non son braccio di ferro.

Continuo a chiedermi perché ci siano certi scarafaggi,
che non votan cinque stelle ma si farebbero la Raggi,
perché l’Italia tutta intera sia così confusa,
è un gatto un po’ arrabbiato che comunque fa le fusa.

Continuo a chiedermi perché di domande senza senso,
perché conta la realtà e non quello che penso
È un buco dentro l’acqua che non trova una risposta,
è darsi la scadenza di guardare nella posta.

La verità, mi hai spiegato, sull’amore

Ogni volta che leggo un bel libro sono triste perché finisce. Bella stronzata, o no?

Non lo è così tanto se penso al fatto che la platonica donna della mia vita ha 38 anni, due figli e vive a Torino. Parla della sua separazione e della sua vita di madre-gazzella in un libro dal titolo profetico: la verità, vi spiego, sull’amore.

Come fai a non fidarti? La verità poi è venuta fuori, nel corso di pagine che raccontano i pensieri di una donna illuminata e illuminante che ha una vita frenetica, delle conversazioni surreali coi suoi due piccoli figlioletti e un ex uomo che non capisce un cazzo. L’ho pure trovato su Instagram, giuro. Dopo aver visto lui ho pensato che potrei quasi piacerle, un giorno capiterò nella sua città per incontrarla di sfuggita e urlarle “ehi, riccioletta, ho letto nel tuo libro che te la fai con un 25enne quindi se tanto mi dà tanto… anche io sono innamorato ma lei non ci sta, che vogliamo fare?”

A parte le divagazioni, mi ha completamente steso. Io che vedo la vita o bianca o nera ho iniziato quasi a intravedere del grigio. Lei ha saputo dare significato a quella che per me poteva essere l’idea, una vaga ipotesi, dell’amore.

Mi sono fatto tante volte le stesse domande sulle persone, su cosa cazzo possa succedere da un giorno all’altro, se davvero abbiamo preso il granchio della vita o se la vita ci riserva solo granchi. Non lo so ancora, ma leggere la vita di un’altra persona mi aiuta a saperne sempre un po’ di più. Odio pure i bambini, però quel suo cucciolo d’uomo ha improvvisamente e definitivamente risposto alla mia domanda.

Enrica, cosa vuoi che ti dica – fa anche rima – io non lo so cosa ti direi se ti incontrassi. Forse ti guarderei un po’ di profilo per vedere se abbiamo lo stesso naso, io uno come il mio non l’ho ancora trovato. Anzi sì, una volta sì.

Forse ti stringerei la mano nel più formale dei modi per ringraziarti di quello che scrivi e del fatto che scrivi sempre di te, che non ti stanchi mai di farlo e che raggiungi sempre i posti giusti.

Se fossi esuberante ti direi che sono il tuo nuovo Enea e che non lascerei mai e poi mai Didone. Magari mi verrebbe voglia di abbracciarti. Adesso che ci penso non conosco nemmeno il tono della tua voce, eppure ho sentito tutto benissimo.

Probabilmente farei solo una cosa: ti direi che tuo figlio ha ragione. In testa abbiamo solo patatine, “flitte”.

La Francia, il dito medio e mio padre

Oggi mentre camminavo mi è venuto in mente di me e mio padre durante una vacanza da qualche parte in Francia, avrò avuto si e no undici anni. Quella sera, dopo cena, l’ho accompagnato a prelevare a un bancomat vicino all’albergo, ma senza un motivo in realtà, solo per presenziare all’evento. Era una postazione di quelle in cui devi entrare oltrepassando le porte automatiche e attendere il tuo turno per prelevare.

Mentre lui era concentrato sullo schermo mi sono guardato intorno e ho notato una telecamera di sicurezza che puntava dritto dove eravamo noi. In quel momento non so bene cosa sia successo nella mia testa, forse un presagio giovanile di ribellione o forse solo idiozia, ma fatto sta che gli ho fatto il dito medio. Così, con nonchalance, ho fatto il dito medio alla telecamera.

Quando fai certe cose e hai undici anni non è che ci sia una totale consapevolezza, non ti spieghi nemmeno fino in fondo il significato di un’azione, la fai e basta, si entra in un immaginario in cui puoi avere una conferma o una negazione. È una cosa che, teoricamente, cambia, evolve e matura assieme a te. Insomma, a 25 anni ne trovi pochi che fanno il dito medio alla telecamera di sicurezza, e se lo fanno avranno anche i loro motivi, sono adulti e vaccinati (anche su questo, poi, si potrebbe indagare…).

Quante persone conoscete che, nonostante siano adulte, continuano a fare cose stupide e insensate in modo reiterato? Senza la minima consapevolezza di se stesse e senza nessuna traccia di spirito critico e, mi verrebbe da dire, di rispetto verso il prossimo, sia esso una persona o una telecamera di sicurezza? Qualcuno che mi viene in mente ce l’ho… non pensate sia una questione di rispetto? Lo è eccome, e lo era anche quella sera, davanti a quella telecamera di un bancomat francese.

Ecco, in tutto questo tempo ho maturato la convinzione che servirebbe sempre qualcuno accanto a te, in quelle situazioni lì. Qualcuno che si prenda la briga di osservarti, di coglierti sul fatto e… di tirarti un pugno dritto nella bocca dello stomaco. C’è da dire che avrei potuto avere dei genitori distratti e accondiscendenti, ma mio padre non è mai stato il tipo da lasciar correre, e quindi è andata così.

Mi ha preso dal braccio, mi ha girato verso di lui e mi ha tirato un pugno in pancia (commisurato alla mia età, arrivateci). È successo tutto così in fretta che mentre mi sono accasciato avevo ancora il dito medio alzato, senza sapere troppo bene se puntarlo di nuovo verso la telecamera o se, a questo punto, verso mio padre. Mi ha trascinato fuori, incazzato come una bestia, e mi ha chiesto a cosa ho pensato, se mi sono sentito furbo. Non azzardarti mai più a fare una cosa del genere, così mi ha detto.

Io ero troppo occupato a soffrire per prestargli attenzione, e mia madre stava quasi per prendere le mie difese prima di essere informata dell’ignobile gesto, dopodiché mi ha guardato un po’ delusa e un po’ schifata e mi ha lasciato lì, sulla panchina di un parco dell’Alsazia a tenermi la pancia e a pensare tra me e me che in effetti, col senno di poi, avrei anche potuto evitare. Col senno di poi è sempre facile, magari non se ne sarebbe accorto e io avrei passato il resto della serata fiero di esserci riuscito, fiero capite?

Il punto è che spesso e volentieri facciamo cose stupide, senza pensarci troppo, solo perché ne abbiamo voglia e siamo davvero curiosi di vedere l’effetto che farà. Poco importa se si tratta di un dito medio a una telecamera o di una fuga da un ristorante per non pagare, per esempio. Le persone sono diverse da mio padre, grazie a Dio, e non troverete mai nessuno che vi tirerà un pugno in pancia perché avete fatto una cosa stupida, ma servirebbe forse… Una risposta alle nostre azioni c’è sempre, sono dettate da troppi meccanismi per ridurle a un qualcosa di estemporaneo o impulsivo, ma nessuno riesce mai a darcele, nessuno ha un angelo custode che ti tira un pugno quando fai una cazzata. Serve, ve lo assicuro. Poi non la fate più.

Personalmente ho imparato a non fare più il dito medio alle telecamere senza prima guardarmi un po’ attorno, non che mi sia passata la voglia, intendiamoci. Eppure, se vedessi un ragazzino che compie un atto del genere forse mi incazzerei, forse avrei bisogno di farmi spiegare il motivo e solo dopo potrei dirgli ti ci vorrebbe mio padre, pirla, anche se più realisticamente gli direi stai attento.

Il papi ha comunque avuto ragione, dentro di me lo ringrazio. Solo dentro, però. L’altra sera sono uscito a fumare una sigaretta dalla finestra del suo studio e quando sono rientrato gli ho detto:

“Papà, te lo ricordi quando ho fatto il dito medio alla telecamera e mi hai tirato un pugno in pancia?”

Si è messo a ridere, “Si, certo che me lo ricordo.”

“Bastardo.”

Lista aggiornata

Vorrei somigliare a ciò che ti piace di più, così da riuscire a esserci sempre.

Vorrei evitare di perdere del tempo a inseguire tutti questi aquiloni senza filo, che vogliono solo prendermi in giro.

Vorrei trovarti dietro un angolo di una strada, mano nella mano con un bell’uomo, alto, forte e sicuro di sé.

Vorrei smettere. In generale vorrei smettere.

Vorrei capire come si fa a respirare bene, a chiedersi perché, o a bere un caffè in più di cinque sorsi senza passare per un infame.

Vorrei degli errori, delle cose giuste, dei pensieri strani e magari una nuova risata.

Vorrei che questa fosse l’ultima volta che mi fermo così tanto.

Vorrei tornare a desiderare cose pratiche piuttosto che valori astrali, e non vorrei credere a Paolo Fox, davvero non vorrei.

Vorrei vedere i miei amici volentieri, per dirgli che non c’è speranza.

A volte vorrei morire. Altre volte vorrei farlo di fronte a te per vedere se mi rivorresti indietro, almeno in quell’occasione. Ma la maggior parte delle volte vorrei vivere, stai tranquilla.

Vorrei avere un po’ di vergogna, così da non ritrovarmi a scrivere tutte queste cose indie. Che poi l’indie ti fa schifo, ma ti piacerebbe se te lo suonassi io. Vorrei suonare per te, adesso che ci penso.

Vorrei tornare indietro di un paio di anni, lo farei senza battere ciglio. Ma vorrei anche un cane di grossa taglia, tipo un Dobermann.

Vorrei sapere più cose possibili per non dover cercare più nulla sul vocabolario.

Vorrei che mi piacessero le verdure.

Vorrei far giusto.

2018

Sembra sempre che la fine dell’anno debba per forza coincidere con la fine di qualcosa e con l’inizio di qualcos’altro, ma è uno stereotipo. La realtà è ciclica, se vogliamo, quindi sembra stupido festeggiare la fine di qualcosa che poi continuerà a ripetersi, ma è importante capire la nostra posizione nei momenti che contano e che ci consentono di stare uniti più del solito.

Volenti o nolenti, ci hanno abituati a farci pensare di più alle cose, ai momenti e alle persone nel mese di Dicembre, che è un po’ un mese del cazzo per pensare perché fa freddo, io per esempio penso meglio in primavera, mi accorgo di più della realtà, non saprei come spiegarlo.

Eppure anche io mi sento inevitabilmente pervaso da questo spirito di riflessioni, auguri, propositi e bilanci.

Di riflessioni ne faccio troppe, probabilmente è l’attività più prolifica dell’azienda me stesso, il mio core business. Si, il 2017 mi ha permesso anche di imparare parole fichissime come core business, fine tuning, ho una call tra dieci minuti e pausa? Ma a parte i miglioramenti nella capacità di apprendimento le riflessioni detengono il potere.

Di auguri cerco di farne il più possibile, ma non mi spiego il perché, forse sono solo attratto dall’atmosfera goliardica del Canto di Natale e dall’immagine seria e incupita del vecchio Scrooge che non tollera ne gentilezza ne felicità.

I propositi sono sempre quelli:

  • sorridi;
  • sii gentile anche quando pesti una merda perché non lo sai, ma il tuo interlocutore potrebbe avere dei fazzoletti;
  • cerca di pensare quando serve e non quando ti svegli, anzi, quando ti svegli alzati immediatamente dal letto e pensa a cose divertenti;
  • mangia di gusto;
  • sii meno coglione;
  • assumiti delle responsabilità;
  • vai dal dentista;
  • sii sincero;
  • non dire a nessuno che non vale un cazzo;
  • non scendere a compromessi;
  • fai pulito;
  • impara a cucinare;
  • smetti di fumare;
  • scrivi la tesi o paga qualcuno per farlo;
  • non mandare sempre tutto a puttane;
  • metti il punto e virgola negli elenchi puntati;

Se penso ai bilanci mi viene da piangere, faccio un riassunto delle chicche più incisive:

Ho conosciuto nuove sensazioni, ho provato emozioni forti, ho riso, ho pianto e ho tremato, ma non mi sono mai tirato indietro. So che cos’è l’ansia, e come può rovinarti la vita. Mi sono accorto di rendere meglio sotto pressione, e di essere un pelo più furbo di quello che pensavo, ma anche cento volte più stupido. Le relazioni sono state buffe, belle, intense e uniche nel loro genere. Ho ricevuto complimenti e soddisfazioni per rimpiazzare l’inadeguatezza. Ho ancora dei grandi problemi coi tempi morti e con le sveglie.

Ho ancora dei grandi problemi col tempo.

Ho ancora dei grandi problemi con me, con te e con me e te.

Buon anno.

Sarebbe bello studiare scenografia

Bar Caffè Mingo

La scritta è su sfondo bianco e di un carattere decisamente rinascimentale. Si affaccia sulla piazzetta di San Martino, nel cuore di Firenze, roba da non farsi mancare proprio nulla. Ci siamo passati di fronte e l’ho riconosciuto subito, mi sono fermato e ovviamente ho perso il passo degli altri. Mesi fa l’ho vista con trentacinque gradi e in alta stagione, ora sono col berretto e la giacca ma la bellezza di certi posti è sempre disarmante. Ci sono situazioni in cui ho bisogno di pensare all’angoscia del tempo che passa, e mi sono accorto che lì è come se non fosse mai passato, che il bar adesso è chiuso e che la porticina di quell’appartamento fa ancora quell’orrendo rumore, solo che non c’è nessuno che ti guarda uscire. Dev’essere più facile per chi ci vive adesso.

È bello camminare, andare di qua e di là seguendo solo il proprio stomaco.

Non fa così freddo per essere quasi la fine di Novembre, qui sopporto, cerco di muovermi. Penso che questa città sia meravigliosa.

La casa in cui siamo ora è in un vicolo stretto all’ultimo piano di un palazzo antico e quindi senza ascensore. Centodue scalini, ho il contapassi del telefono che batte la resa e le gambe che fanno giacomo giacomo, ma li rifarei un altro paio di volte, magari per fotografare la luce rotta del secondo piano che di notte mette una discreta ansia. I due compari che mi fanno compagnia sanno farmi sentire abbastanza vivo e questo mi basta, sarà perché anche a loro piace cantare in macchina a squarciagola, non so, ma le persone così ti fanno venir la voglia.

Comunque lì dentro ci siamo abituati in fretta a capire dove fossero il balcone, il bagno, le doppie finestre, la cucina e la Playstation. Dopo un paio d’ore era come se fosse nostra, tanto che a momenti ci è venuta voglia di ristrutturarla.

La bionda invece ha aperto la finestra per fumare e ci ha trovati lì sul balconcino, di fronte a lei, a indicare tutti i posti che riuscivamo a vedere e a provare a fare centro nel buco della grondaia coi frutti secchi di una pianta lasciata inevitabilmente al suo destino.

È simpatica, ma noi un po’ di più, si vede subito.

Alla fine era un gioco, era un po’ come dover trovare qualcosa da fare, quindi si sbirciava ogni tanto dalla finestra che magari era in cucina e uscivo a fumare una sigaretta.

A occhio e croce ci sta spesso in quella cucina, fa il suo dovere e non perde tempo. Il sabato sera si recupera quello che si perde durante la settimana, così mi ha detto. Mi ha detto anche che studia scenografia, che è bello ma che c’è solo teoria, che è tutto incentrato sullo spettacolo e sul teatro, penso che potrebbe piacerle anche un po’ di più.

È carina, mi piace il fatto che è bionda ma non lo è in realtà, quindi potrebbe cambiare.

Mi piace come sorride e come si sporge perché non sente quello che dico.

Il suo nome non me lo ricordo ed è la prima cosa che mi ha detto. Ho provato a pensarci in autostrada, ma stavamo cantando.

Ci stavo pensando anche quando sono entrato in casa con lo zaino e la valigia, ma mia madre ha deciso di cambiare il deodorante d’interni, quindi te che stavi bene dove stavi adesso sei qua, e yo ma.